02. MA Alta Moda, Fashion Design

Caterina Antonia
Ciavattella

Progetto

02. MA Alta Moda, Fashion Design

Caterina Antonia
Ciavattella

Layer 1

"I giardini di Frame"

"I giardini di Frame"

La mente scissa in due mondi, il mondo della vita reale e quello dell’immaginazione, dell’arte e dell’espressione. Così il libro autobiografico e il film di Jane Campion “Un angelo alla mia tavola” che parlano della storia di Janet Frame scrittrice Neozelandese, ha fornito lo spunto necessario per l’inizio di un processo creativo che ha dato come risultato lo sviluppo della collezione. Janet, ragazza con alle spalle una infanzia difficile viene rinchiusa in un manicomio per aver romanzato in un tema il fatto che avesse tento il suicidio ingerendo una eccessiva dose di aspirina.
In otto lunghi anni all’interno di diverse strutture, Janet trova libero sfogo attraverso la scrittura, facendo sedimentare all’interno del suo immaginario frammenti di vita quotidiana. Ricordi, oggetti, situazioni, diventano spiragli di luce, motivo di evasione, ma anche punti di riferimento a cui aggrapparsi nei momenti difficili. Le giornate di Janet passano lente tra le terribili cure e le ore di lavoro. Il tempo libero lo trascorre nel giardino dell’ospedale psichiatrico lasciando libero sfogo all’immaginazione, lasciando passare vecchi e nuovi ricordi. Janet osserva ciò che la circonda in maniera assidua, i fiori del giardino, il personale della clinica, le altre pazienti. Le descrive negli atteggiamenti, nel vestire, nelle attività di maglia e di ricamo che erano utili a far trascorrere via il tempo. In questo modo attraverso il racconto di Janet, trovo la strada per la progettazione della collezione e con l’aiuto del film, ho cercato di ricreare un discorso iconografico mettendo insieme innumerevoli frammenti di pezzi, che filtrati dal mio occhio, hanno creato così il mio personalissimo puzzle.

Mi sono focalizzata sul racconto dei fiori. Janet ci era legata sin da bambina, quando la sua mamma portava una borsa con sopra cuciti papaveri di stoffa. I fiori erano la cosa più bella del reale che potesse vedere nelle sue giornate. Erano lì nel giardino, di tante varietà e amava guardarli dalla finestra nei giorni di pioggia. La materia ha così preso forma nel mio racconto ponendoli in primo piano. Portano con sé una grande quantità di colore dall’aspetto tenue e a tratti imperfetto. La percezione del vissuto non fa parte solo dei fiori, ma fa anche parte delle immagini di ispirazione di fotografi come Luciano D’Alessandro e Barengo Gardin che hanno saputo descrivere attraverso innumerevoli scatti momenti salienti della condizione femminile all’interno dei manicomi italiani prima dell’approvazione della legge Basaglia. Le divise grigie delle pazienti di tessuti come il lino e il cotone grezzo con le cinque pieghe sul davanti, il quadrettato tipiche di queste ultime, le mantelline che appoggiavano sulle spalle per tenersi al caldo, le calze che scendevano dal reggicalze nelle scarpe, diventano parte integrante della collezione. I tessuti rispecchiano questo aspetto materico in quanto provengono da lenzuoli datati, oppure sono tessuti fatti a telaio a mano. Oltre questo, la maggior parte della materia utilizzata all’interno della collezione è stata tinta personalmente, così da conservare ancor di più l’aspetto vissuto.
Concludendo l’idea di qualcosa di estremamente reale
e concreta come la divisa, che fa parte di tutta la narrazione, viene interrotta all’interno del processo della creazione della collezione dal colore e dalla visione poetica dei fiori.

La mente scissa in due mondi, il mondo della vita reale e quello dell’immaginazione, dell’arte e dell’espressione. Così il libro autobiografico e il film di Jane Campion “Un angelo alla mia tavola” che parlano della storia di Janet Frame scrittrice Neozelandese, ha fornito lo spunto necessario per l’inizio di un processo creativo che ha dato come risultato lo sviluppo della collezione. Janet, ragazza con alle spalle una infanzia difficile viene rinchiusa in un manicomio per aver romanzato in un tema il fatto che avesse tento il suicidio ingerendo una eccessiva dose di aspirina.
In otto lunghi anni all’interno di diverse strutture, Janet trova libero sfogo attraverso la scrittura, facendo sedimentare all’interno del suo immaginario frammenti di vita quotidiana. Ricordi, oggetti, situazioni, diventano spiragli di luce, motivo di evasione, ma anche punti di riferimento a cui aggrapparsi nei momenti difficili. Le giornate di Janet passano lente tra le terribili cure e le ore di lavoro. Il tempo libero lo trascorre nel giardino dell’ospedale psichiatrico lasciando libero sfogo all’immaginazione, lasciando passare vecchi e nuovi ricordi. Janet osserva ciò che la circonda in maniera assidua, i fiori del giardino, il personale della clinica, le altre pazienti. Le descrive negli atteggiamenti, nel vestire, nelle attività di maglia e di ricamo che erano utili a far trascorrere via il tempo. In questo modo attraverso il racconto di Janet, trovo la strada per la progettazione della collezione e con l’aiuto del film, ho cercato di ricreare un discorso iconografico mettendo insieme innumerevoli frammenti di pezzi, che filtrati dal mio occhio, hanno creato così il mio personalissimo puzzle.

Mi sono focalizzata sul racconto dei fiori. Janet ci era legata sin da bambina, quando la sua mamma portava una borsa con sopra cuciti papaveri di stoffa. I fiori erano la cosa più bella del reale che potesse vedere nelle sue giornate. Erano lì nel giardino, di tante varietà e amava guardarli dalla finestra nei giorni di pioggia. La materia ha così preso forma nel mio racconto ponendoli in primo piano. Portano con sé una grande quantità di colore dall’aspetto tenue e a tratti imperfetto. La percezione del vissuto non fa parte solo dei fiori, ma fa anche parte delle immagini di ispirazione di fotografi come Luciano D’Alessandro e Barengo Gardin che hanno saputo descrivere attraverso innumerevoli scatti momenti salienti della condizione femminile all’interno dei manicomi italiani prima dell’approvazione della legge Basaglia. Le divise grigie delle pazienti di tessuti come il lino e il cotone grezzo con le cinque pieghe sul davanti, il quadrettato tipiche di queste ultime, le mantelline che appoggiavano sulle spalle per tenersi al caldo, le calze che scendevano dal reggicalze nelle scarpe, diventano parte integrante della collezione. I tessuti rispecchiano questo aspetto materico in quanto provengono da lenzuoli datati, oppure sono tessuti fatti a telaio a mano. Oltre questo, la maggior parte della materia utilizzata all’interno della collezione è stata tinta personalmente, così da conservare ancor di più l’aspetto vissuto.
Concludendo l’idea di qualcosa di estremamente reale
e concreta come la divisa, che fa parte di tutta la narrazione, viene interrotta all’interno del processo della creazione della collezione dal colore e dalla visione poetica dei fiori.

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