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CAMILLA FRASCA

Ci viene spesso chiesto di aggiungere un qualche tratto personale alle nostre collezioni, qualcosa che le renda, appunto, Nostre. Il concetto di personale prevede di per sé l’attingere ad un bagaglio culturale, al nostro vissuto, un qualcosa che ci è noto e conosciamo inconsciamente.
La mia ricerca è approdata nei ricordi di un’infanzia spesa al fianco paterno in un mondo che al tempo avrei definito costellato di ingranaggi e meccanismi complessi, il mondo delle moto inglesi d’epoca. Questo ha inevitabilmente innescato in me una certa curiosità e un non poco interesse estetico. Infatti, ciò che a primo impatto catturava la mia attenzione era la vastissima gamma di forme e colori, di stimoli tattili, di elementi di fatto comuni ma che allo stesso tempo trovavo, privati del contesto, estremamente affascinanti, quali ghiere, guarnizioni, parti immobili di un motore privo delle sue componenti, il rosso accesso dell’impuntura di una sella e la sella stessa, il colore fiammante della molla di un ammortizzatore, la ruggine frutto della vita di un serbatoio o ancora la pelle logora di una bisaccia.
Oltre alla componente visivo-tattile, ciò che permea quel mondo di fascino è la visione romantica di una quotidianità accompagnata dai motori. La coscienza romantica nasce soprattutto dalle sensazioni che scaturiscono dalla rinascita di qualcosa che prima era privo di vita, dalla prima messa in moto di quel motore succitato, le cui componenti sono ora parte di un tutto. Romantica è la capacità di generare, con le proprie mani, un qualcosa capace di movimento a partire da frammenti apparentemente sconnessi, romantico è il percorso stesso degli ingranaggi di tale creazione o perfino, romantica è l’idea di viaggio, soprattutto considerando la moto come qualcosa d’epoca che, nella sua lentezza, rallenta di conseguenza noi stessi e il mondo che ci circonda, permettendo al passeggero di carpire emozioni che la velocità si lascerebbe sfuggire.
Avendo associato una componente romantica al logoramento e la consunzione di un mondo apparentemente barbaro, ma che racchiude in sé forze ammalianti, il passo successivo è stato quello di traslare l’attenzione in particolare sui capi d’abbigliamento ottocenteschi, più precisamente sull’idea estetica degli abiti realizzati intorno agli anni ’30 del XIX secolo. Questi ultimi caratterizzati da una distintiva ampiezza della manica, definita ‘a gamba di montone’ o ‘gigot’, e da un ricercato utilizzo di colori naturalistici quali marrone e verde.
Particolarmente importante per definire anche a livello visivo-tattile la contrapposizione intrinseca di una coscienza romantica di un mondo crudo all’apparenza, è l’utilizzo dei materiali tecnici, rappresentativi della modernità, che, tuttavia, visivamente ritagliano forme tutt’altro che moderne, bensì romanticheggianti, proprie dell’Ottocento.
Interessante è, infine, la lavorazione del marezzato (moiré), tessuto anticamente tenuto in grande considerazione, qui macchiato e insozzato di vernice, come ad esser stato utilizzato da base per una disattenta operazione di verniciatura di elementi motociclistici quali guarnizioni e piastre.

We are often asked to add some personal trait to our collection, something that makes them Our own. The concept of personal itself involves drawing onto a cultural background, on our own experience, something that is known to us, and we know unconsciously.
My research landed in the memories of a childhood spend by my father’s side in a world that at the time I would’ve defined as studded with gears and complex mechanisms, the world of vintage British motorcycles. This has inevitably triggered in me a certain curiosity and a not so little aesthetic interest. In fact, what caught my attention at first glance was the vast range of shapes and colours, of tactile stimuli, of common elements that at the same time I found, deprived of context, extremely fascinating, such as rings, gaskets, immobile parts of an engine without its components, the bright red of the stitching of a saddle and the saddle itself, the flaming colour of a shock absorber spring, the rust resulting from the life of a tank or the worn leather of a saddlebag.
In addiction to the visual-tactile component, what permeates that world of charm is the romantic view of an everyday life accompanied by motors. The romantic conscience arises above all from the sensations that are brought up by the rebirth of something that was previously unalive, from the first start-up of that aforementioned engine, whose component are now part of a whole. Romantic is the ability to generate, whit one’s own hands, something capable of motion from apparently disconnected fragments, romantic is the very path of the gears of this creation, or even, romantic is the idea of travel, especially considering the motorcycle as something vintage which, in its slowness, consequently slows ourselves down and the world around us, allowing the passenger to grasp emotions that high speed would let herself slip.
Having associated a romantic component to the attrition and consumption of an apparently barbaric world, but which contains within itself bewitching forces, the next step was to shift the attention in particular to the 800’s clothing, more precisely to the aesthetic idea of dresses made around the 30’s of the 19th century. The latter characterized by a distinctive sleeve width, defined as “gigot”, and by a refined use of naturalistic colours such as brown and green.
Particularly important to define the intrinsic contrast of a romantic conscience of an apparently raw world on a visual-tactile level, is the use of technical materials, representative of modernity, which, however, visually cut out forms that are anything but modern, rather romantic, typical of the 800’s style.
Finally, interesting is the processing of the moiré fabric, which was held in great esteem in ancient times, here stained and soiled with paint, as if used as a base for an inattentive painting operation of motorcycle elements, such as gaskets and plates.

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