CAROLINA ZECCHINO
Mondo immaginario e mondo reale si incastrano perfettamente in un’unica visione all’interno del film “Il labirinto del fauno” di Guillermo del Toro, il quale è riuscito a trovare un punto di incontro fra due dimensioni solo apparentemente così distanti. Il film, ambientato nella Spagna franchista degli anni Quaranta, racconta di una bambina alla quale viene rivelato da un fauno di appartenere a un mondo diverso da quello umano; per raggiungerlo la protagonista dovrà affrontare diverse prove costellate da elementi fantastici che solo lei è in grado di vedere. L’atmosfera che si respira per tutto il film è, quindi, legata alla dimensione ultraterrena, ma allo stesso tempo non mancano continui riferimenti al periodo storico e al contesto militare nel quale esso è ambientato. È proprio da questa ambientazione che ho ricavato l’idea di creare dei ricami per la mia collezione, i quali rievocano con la loro texture e i loro colori il mondo fantastico che la bambina scopre nel corso del film; inoltre, anche il motivo dell’intreccio dei ricami richiama la complessità psicologica del lungometraggio e i luoghi intricati nei quali la protagonista si ritrova a dover affrontare le varie peripezie che le si pongono davanti. Ho, quindi, applicato diversi ricami, realizzati piegando a mano delle paillettes e posizionate e in verticale; essi impreziosiscono i vari capi della collezione che si rifanno, invece, alla rigidità e alla pesantezza, riprese anche dalla scelta dei tessuti, della contestualizzazione storica, ovvero la guerra civile che ha coinvolto la Spagna negli anni Quaranta; il rigore delle divise e, ancora una volta, i colori cupi sono stati, infatti, riadattati e modellati per creare le volumetrie delle giacche e dei singoli pezzi, al fine di conferire ai vari modelli un’impronta che riuscisse a rendere, nel miglior modo possibile, la severità dei capi militari: per far ciò, ho fatto ampio uso di tasche, cinture e blocchi singoli di colore.
La ricostruzione scenica, che Del Toro è riuscito a creare nella sua pellicola, richiama i famosi quadri di Johann Heinrich Füssli, del quale l’opera più celebre è “L’incubo”; egli nei suoi dipinti ricrea atmosfere di una rara potenza espressiva e ricche di pathos legate al mondo onirico e magico. Nelle sue opere uno degli elementi più ricorrenti nell’abbigliamento dei soggetti femminili da lui ritratti è un abito morbido e svolazzante, il quale è una chiara ripresa della moda della corte di Luigi XVI. La sua consorte, Maria Antonietta, era solita portare, infatti, apportando una vera rivoluzione al vestiario dell’epoca, la cosiddetta chemise a la reine, ovvero una camicia composta da diversi strati di mussola bianca che si avvolgevano liberamente attorno al corpo con, come un unico elemento di decorazione, un nastro colorato. Questa chemise è stata ripresa all’interno della collezione nei volumi esagerati, soprattutto delle maniche, e nella leggerezza delle forme, la quale si va a contrapporre alla rigidità del rigore militare.Quanto appena descritto combacia in maniera quasi perfetta con l’ideologia portata avanti da Leonor Fini, pittrice, scenografa, costumista, scrittrice, illustratrice e disegnatrice italiana del Novecento, sulla quale purtroppo ancora oggi, a causa delle sue scelte trasgressive e della vita sregolata per l’epoca in cui visse, cade una dura sentenza di damnatio memoriae. Durante la sua travagliata esistenza, essendo vittima di una dura lotta per l’affidamento tra i suoi genitori e per sfuggire alle grinfie del padre, Leonor fu costretta a mascherarsi da maschio; è così che la donna entra per la prima volta in contatto con i travestimenti, i quali diventeranno una parte essenziale della sua personalità perché, come lei stessa afferma, “mascherarsi, travestirsi è un atto di creatività. E se lo si applica su se stessi si può diventare altri personaggi o restare nel proprio personaggio. Il fatto di travestirsi è un atto narcisistico moltiplicato, perché entrare dentro altre immagini rende lo spettacolo ancora più affascinante e anche se si è in una specie di trance, dentro si è sempre se stessi”. Questi suoi travestimenti colpiscono in particolar modo per la ricercatezza dei volumi e dei materiali usati, ricorrendo spesso ai plissé e all’esagerazione delle dimensioni, caratteristiche che ho ripreso anche nella mia collezione: infatti, i vari capi sono arricchiti da continui e stravaganti giochi di volume che, nell’insieme, richiamano quell’ambientazione onirica che fa da fil rouge a tutti i capi.
The imaginary world and the real world fit together perfectly in a single vision within the movie “Pan’s Labyrinth” by Guillermo del Toro, who managed to find a meeting point between two dimensions that are apparently so distant. The movie, set in Franco’s Spain in the 1940s, tells the story of a little girl who discovers to belong to another world and to reach it she will have to face various tests studded with fantastic elements.
The atmosphere that reigns throughout the film is therefore linked to the otherworldly dimension, but at the same time there are constant references to the historical period and the military context in which it is set. From this setting I got the ideas for the embroideries, which evoke with their textures and colors the fantastic world that the girl discovers during the movie; moreover, the motif of the intertwining of the embroideries recalls the intricate places in which the protagonist finds herself having to face the various challenges that arise before her. The rigor of the uniforms and the dark colors were adapted and modeled in order to give the various garments an imprint that could render the severity of military world.
The scenic reconstruction, which Del Toro managed to create in his movie, recalls the famous paintings by Johann Heinrich Füssli, whose most famous masterpiece is “The Nightmare”; in his paintings he recreates atmospheres of a rare expressive power and full of pathos linked to the dreamlike and magical world. In his works, one of the most recurring elements in the clothing of the female subjects is a soft and fluttering dress, which is a clear reference of the fashion of the court of Louis XVI. His wife, Marie Antoinette, used to wear, in fact, bringing a real revolution to the clothing of the time, the so-called chemise a la reine, or a shirt made up of several layers of white muslin that wrapped freely around the body with a colored ribbon as a single decorative element. This chemise has been taken up within the collection in the exaggerated volumes, especially of the sleeves, and in the lightness of the shapes, which contrasts with the rigidity of military rigor. What has just been described fits almost perfectly with the ideology pursued by Leonor Fini which was an Italian painter, set designer, costume designer, writer, illustrator of the twentieth century. She lived a troubled existence, since she was a kid, being the victim of a tough fight for custody between her parents and to escape the clutches of her father, Leonor was forced to disguise herself as a boy; this is how the woman comes into contact for the first time with disguises, which will become an essential part of her personality because, as she herself says: “dress up and disguise is an act of creativity. And if you apply it to yourself, you can become other characters or stay in your own character. The fact of dressing up is a multiplied narcissistic act, because entering into other images makes the show even more fascinating and even if you are in a kind of trance, at the end you are always yourself “.
These disguises of hers are particularly striking for the refinement of the volumes and materials, resorting often to plissé and exaggeration of dimensions, characteristics that I have also translated into my collection: the various garments are enriched by continuous and extravagant games of volumes that recall that oneiric setting that acts as a common thread to all the garments.
Moodboard
line up