Talents 2020

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La logica del Talento by A. Mancinelli

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«Il talento è l’audacia, lo spirito libero, le idee ampie»
Anton Čechov

Forse sarebbe bene abbandonare il mito del talento e riscoprire la parabola dei talenti, riportata dal Vangelo secondo Matteo: narra di un signore che, dovendo partire affida a un servo cinque talenti – la moneta di quei tempi antichi -, a un secondo due e a un terzo tre. I primi due, sfruttando la somma ricevuta, riescono a raddoppiarne l’importo; il terzo invece va a nascondere il talento ricevuto e lo sotterra. Al suo ritorno il signore loda l’operato dei primi e condanna invece il terzo, perché quel suo unico talento, lui non l’ha fatto fruttare. Non lo ha condiviso con gli altri. Non lo ha fatto crescere. Non lo ha nutrito. Non lo ha coltivato. Non ha chiesto aiuto a nessuno per valorizzarlo. Ed è questa la sua colpa. Una colpa che oggi, in tempi di talent show a pioggia, ci sembra anacronistica e paradossale. Cosa c’è da capire? Ci viene trasmessa da sempre l’idea che sia quel quid che o ce l’hai (e allora tutto è possibile) o non ce l’hai (e allora meglio lasciar perdere). Quel qualcosa, iscritto nei nostri geni, che alcuni pensano di poter riconoscere fin dalla più tenera età anche grazie ai progressi della scienza e che, in un tempo non troppo remoto, si potrà forse progettare in laboratori.

È davvero così? Cosa significa, davvero, “avere talento”? Non vi è dubbio che la predisposizione naturale sia un ingrediente importante nella ricetta per il successo, ma ragionando così se ne costruisce una mitologia, un alibi per dirsi che, se non si è stati vincitori a una fortunata lotteria genetica, noi non ne abbiamo alcuna responsabilità. Dando credito all’idea che il successo sia un destino già scritto si commette un doppio errore: da un lato non si riconosce il lavoro necessario a far fiorire il talento; dall’altro si alimenta una cultura che deresponsabilizza e impedisce di crescere, edificando dentro di noi limiti e barriere autoindotte. Credo invece in una logica del talento che è plurale, dialogica, integrata: si deve individuare il proprio talento e capire come usarlo. Perché qualcun altro, state certi, capirà come usare il suo.

Ci vuole talento anche per riconoscere la natura di quello che si possiede: da ex allievo dell’Accademia, ho scoperto che il mio personale “dono” non era quello di creare abiti, ma articoli, riflessioni, saggi su mondo della moda. E qui entra in gioco la funzione maieutica e fondamentale del mentore, del maestro, del talent scout, appunto. È così che sono diventato il primo giornalista uomo a occuparsi di moda: ci sono docenti e persone di grande esperienza che mi hanno aiutato a far germogliare quel mio talento, quando invece, se fossi stato abbandonato a me stesso, avrei lasciato sotterrato.

Penso però anche che talento, tenacia e resilienza si sostengano a vicenda. Non c’è infatti talento che si esprima senza un lungo processo di maturazione, fatto impegno e di dedizione. Senza impegno, verrà disperso e forse sprecato e, in questo senso, la mia carriera è paradigmatica di questo percorso: scoprire la propria vocazione ed esserne all’altezza; diventare consapevoli dei propri punti di forza e delle debolezze, lavorando sodo per far rendere quei talenti che altrimenti resterebbero improduttivi.

Avere talento significa lasciarsi guidare, all’inizio, da chi ha più competenze di noi. Ma in seguito, proprio come una pianta, sta a noi arricchirlo, aumentarlo, ibridandolo con informazioni da settori diversi, tenendo sempre alte e vibranti le antenne della sensibilità e della curiosità. Ma utilizzando tutte queste informazioni per costruire un linguaggio personale, una visione autonoma, una capacità critica che appartenga solo a noi. Bisogna avere voglia, passione e sì, anche coraggio, senza però mai perdere l’umiltà di sapere di più, conoscere di più, diventare sempre migliori.

E iniziare in una struttura come l’Accademia, epicentro di saperi diversi pur riuniti sotto l’egida del Costume e della Moda, non può fare altro che servire a dare a quel nostro talento, la forza e la concretezza di farsi messaggio universale.